Un approccio olistico al mentoring

Nonostante l’importanza del mentoring nello sviluppo professionale, oggi non sono molte le persone che possono contare sulla presenza di un mentore lungo il loro percorso professionale. E anche quando questa opportunità si presenta, gli studi dicono che l’impatto del mentore sul mentee risulta talvolta molto limitato.

Come è necessario che il mentoring cambi in un’epoca in cui l’approccio stesso al lavoro sta cambiando?

Il concetto di work-life blending è una delle più importanti novità quando si parla di nuove generazioni nel mondo del lavoro. Se in passato si parlava di equilibrio tra lavoro e vita privata, questi due mondi oggi si intrecciano sempre di più fino a rendere il confine quasi impercettibile.

Oggi il mentoring deve adottare una prospettiva più ampia. Il mentee non è solo da intendere come il professionista che deve avanzare in carriera, ma una persona ricca di tante sfaccettature: famiglia, relazioni affettive, vita sociale, crescita personale, finanze, spiritualità e molte altre.

Un mentore efficace dunque riconosce il mentee nella sua interezza, non solo nel suo ruolo lavorativo.

Cosa significa questo al lato pratico?

1.Andare oltre la carriera professionale
Il mentoring non va inteso limitatamente al supporto nella crescita lavorativa, ma può estendersi anche alla sfera personale. Favorire la condivisione di esperienze di vita, difficoltà affrontate e scelte prese, sia a livello professionale che personale, aiuta il mentee a comprendere come ogni aspetto della vita influenzi il percorso lavorativo.

2.Aiutare il mentee a conoscersi davvero
Per un giovane che si affaccia al mondo del lavoro, è fondamentale prendere consapevolezza delle proprie risorse e dei propri limiti. Spesso si arriva al primo impiego con molte aspettative, sia su sé stessi che sull’ambiente lavorativo, che non sempre rispecchiano la realtà. Un buon mentore aiuta il mentee a individuare le proprie competenze e a canalizzarle nella giusta direzione, evitando percorsi che potrebbero rivelarsi poco adatti.

3.Trovare il giusto equilibrio tra guida e autonomia
Alcuni affermano che le nuove generazioni vogliano massima libertà e autonomia nel contesto lavorativo. Altri invece sostengono che desiderano essere affiancate da una guida, proprio come è avvenuto per tutta la lunga durata del loro percorso scolastico ed eventualmente universitario.
Un buon mentore non impone soluzioni né lascia il mentee completamente autonomo, ma lo supporta nel processo di individuazione delle risposte. Il compito del mentore è aiutare a strutturare un metodo che permetta al mentee innanzitutto di mettere chiarezza alle proprie domande per poi costruire un percorso funzionale a identificare possibili soluzioni.

È utile ricordare che una visione olistica del mentoring non solo giova al mentee, ma arricchisce il mentore stesso. Il mentore che si apre all’ascolto e alla comprensione delle varie dimensioni della vita del mentee non solo offre un supporto più efficace, ma sviluppa a sua volta nuove competenze, una maggiore consapevolezza e capacità di adattarsi ai cambiamenti del mondo del lavoro e della società più in generale.